Coppie
Iktsuarpok e 12 parole intraducibili per l'attesa d'amore
Iktsuarpok, saudade, koi no yokan, mamihlapinatapei: tredici parole straniere per nominare l'attesa d'amore, lì dove l'italiano ti lascia sola alla finestra.
Posi il telefono a faccia in giù sul tavolo, e tre minuti dopo lo rigiri. Senti digitare il codice del portone in basso, e controlli che non sia lui, anche se sai benissimo che il suo treno non è ancora partito. L'italiano non ha una parola per questo. Altre dodici lingue, sì.
Qualcuno, da qualche parte, ti ha fatto credere che fosse un po' troppo, questo modo di stare in vedetta. Che le persone "in pace con sé stesse" non si alzano per guardare dalla finestra quando qualcuno deve arrivare. Gli Inuit hanno una parola per dirlo, i portoghesi un'altra, i gallesi una terza. Quello che segue sono tredici modi di nominare ciò che senti quando qualcuno ti manca, o sta per arrivare, o quando cammini per strada pensando che forse è lui che sta suonando il clacson.
Attendere
1. Iktsuarpok
Ti alzi a controllare dalla finestra anche se sai che non arriverà prima di un'ora, ti risiedi, ti rialzi, torni a guardare. In inuktitut, questo andirivieni ha un nome: iktsuarpok, l'inquietudine di chi esce di continuo per vedere se qualcuno sta arrivando. (Gli Inuit hanno capito prima di tutti che l'attesa è un movimento, non un'immobilità.)
2. Voorpret
Tre giorni prima del suo ritorno, stai già piegando mentalmente il divano perché ci stiamo in due. Gli olandesi chiamano questo voorpret, letteralmente "la gioia di prima", quel piacere che precede il piacere e che a volte dura più a lungo della cosa stessa. È forse l'unica gioia al mondo che si può allungare non facendo assolutamente nulla.
Slanciarsi
3. Koi no yokan
Vi siete visti due volte, non è ancora successo niente, e già sai che succederà. Non subito, non tra un'ora: un giorno. In giapponese, koi no yokan (恋の予感) significa il presentimento di un amore che non è ancora arrivato ma è già in cammino. È l'opposto del colpo di fulmine: la certezza calma che qualcosa si sta preparando, e che non hai niente da forzare.
4. Forelsket
Cammini sul marciapiede e tutto è al suo posto: il pane sa di più, gli sconosciuti ti sorridono, la tua playlist sembra aver appena inventato la musica. È forelsket in norvegese, l'euforia di innamorarsi, quel momento in cui il mondo sembra aver abbassato le luci per mostrarti una sola persona. (Nessuno sopravvivrebbe a viverci dentro in permanenza, ed è esattamente per questo che è prezioso.)
5. Kilig
Ti ha sfiorato il polso passandoti il sale, non ti sei mossa, ma dentro hai fatto un salto. In tagalog, quel brivido si chiama kilig, il piccolo corto circuito che ti attraversa quando qualcuno ti tocca, ti guarda, o pronuncia una frase che non sapeva fosse così carica. È la parola di un popolo che ha capito che quel fremito particolare meritava un nome proprio, non solo "farfalle nello stomaco".
Mancare
6. Saudade
Una canzone passa in macchina, la spegni, e tre strade dopo la rimetti perché te lo riporta. I portoghesi chiamano saudade quell'impossibile miscela di tristezza dolce e di gioia di aver amato, la malinconia di un assente che non vuoi dimenticare. Da loro, dicono che la saudade è la prova che hai amato davvero. È l'attesa che si trasforma in canto invece di trasformarsi in lamento. (Qui, in fondo, sappiamo qualcosa di simile: struggimento ne sfiora il bordo, ma la saudade ha un suo tempo a sé, quasi musicale.)
7. Hiraeth
Torni nella città dove avete passato l'estate scorsa, e cerchi il caffè esatto, come se rivedere la sedia potesse riportartelo per un secondo. I gallesi chiamano hiraeth questa nostalgia per un luogo, un tempo, o una persona a cui sai di non poter tornare davvero. (È una presenza di un altro tipo, che porti con te senza mai posarla del tutto.)
8. Sehnsucht
Guardi gli aerei passare la sera, senza una destinazione precisa, solo un desiderio vago e immenso. I tedeschi chiamano Sehnsucht questo desiderio intenso per ciò che è lontano, forse irraggiungibile, ma che ti definisce per il solo fatto che lo porti dentro. Rilke ne ha fatto una delle parole più segrete del Romanticismo tedesco. Non è patologico volere qualcuno che è troppo lontano; è ciò che ti tiene in piedi mentre lo aspetti.
9. Dor
Dormi male, mangi distrattamente, aspetti senza aspettare niente di preciso. I romeni chiamano dor questo languore sordo, quel vuoto che si installa come un secondo respiro, più lento. È meno violento del dolore, più tenace della nostalgia (e ha un suo tempo, le sue ore).
10. Viraag
Hai appena riattaccato dopo quaranta minuti, e già il silenzio della stanza ti fa male. In hindi, viraag (विराग) nomina esattamente questo: il dolore emotivo della separazione, il momento in cui l'altro è appena uscito dal campo e il tuo corpo ha bisogno di qualche minuto per riprendersi. (I poeti urdu e hindi ne hanno scritto per secoli interi, perché separare due persone che si amano è precisamente ciò che fa la vita.)
11. Abschiedsschmerz
È appena partito per l'aeroporto, l'appartamento profuma ancora del suo shampoo, e tu resti seduta senza riaccendere la luce. I tedeschi chiamano Abschiedsschmerz il dolore molto preciso della partenza dopo una visita. Non ti piomba addosso subito, arriva alla terza tazza di caffè, quando il silenzio diventa ufficiale.
Ritrovarsi
12. Mamihlapinatapei
Siete lì tutti e due, sapete tutti e due cosa l'altro sta aspettando, e nessuno si muove per primo. Gli Yagan della Terra del Fuoco, nella Patagonia meridionale, hanno lasciato dietro di sé la parola mamihlapinatapei, lo sguardo condiviso in cui ciascuno spera che l'altro faccia il primo passo. La lingua yagan si è estinta nel 2022 con la sua ultima parlante. Resta questa parola, e resta quello sguardo, e sai di averlo già avuto almeno una volta nella vita.
13. Ya'aburnee
Lo guardi dormire e ti dici, senza tristezza, che non sapresti come vivere dopo di lui. In arabo, ya'aburnee (يا قبرني) significa letteralmente "tu mi seppellirai", la preghiera dolce che l'altro ci sopravviva perché la vita senza di lui ti sembra invivibile. È l'attesa rovesciata come un guanto, guardata dalla sua estremità.
Non stai aspettando nel vuoto. Stai aspettando in gallese, in inuktitut, in portoghese, in yagan. Stai aspettando come si è aspettato ovunque, da sempre, e già questa è una forma di presenza.