Ispirazione
La tenerezza, ovvero la mano tesa
La tenerezza non è mollezza, è un gesto preciso. Tendere la mano, allungare l'attenzione verso l'altro. Manifesto per rimettere in piedi una parola rovinata.
C'è un gesto che trattieni, a volte, senza sapere bene perché.
La mano che stava per posarsi sulla spalla di qualcuno e si è fermata a metà strada. Il messaggio già scritto, due righe che dicevano ti penso, e che non hai mandato perché ti è sembrato di colpo troppo, troppo appoggiato, troppo qualcosa. La parola dolce diluita in gola. La deviazione non fatta per passare a prendere un caffè con un amico che quella mattina aveva un'aria spenta.
Quel che ti trattiene ha un nome.
Quella parola esiste. È tenerezza.
Ed è stata talmente rovinata che bisogna cominciare col ridarle la sua colonna vertebrale.
Quel che dice la parola, davvero
La parola viene dal latino tendere. Un verbo d'azione. Tendere, allungare, dirigere verso. È il gesto dell'arciere che tende l'arco, del viandante che indica l'orizzonte, del camminatore che allunga il passo per raggiungere qualcuno. Niente di molle. Una forza orientata: la tenerezza non è un clima interiore, è un movimento.
E poi c'è il suo cugino di pronuncia, tener: molle, giovane, delicato. È quello che senti in tenera età, in tenerezza di una carne. Le due parole sono arrivate in italiano per strade distinte, e la lingua ha finito per confonderle. È da lì che viene l'equivoco moderno: abbiamo sentito tener (molle) e dimenticato tendere (allungare).
La tenerezza ha le sue radici nell'arco teso, non nel cuscino.
La radice, sotto, è ancora più profonda. Indoeuropea, ten-: tendere, allungare, trattenere, tenere. (Il sanscrito tantra ne discende, come il greco teinein. È una radice molto affollata.) Tutta una famiglia di parole italiane ne nasce, e ognuna parla dello stesso gesto. Attenzione, dal latino ad-tendere: tendere verso. Intenzione, da in-tendere: tendere dentro. Tensione: ciò che è teso. Tenere: non lasciare. Estendere: dispiegare nello spazio.
In italiano questa parentela è più visibile che in altre lingue. Sentirla a voce alta è già una mezza prova: tenerezza, attenzione, intenzione, tensione, tenere, estendere, tendere. Tutte sorelle, tutte dello stesso gesto.
Guardale in fila. Non una sola parla di mollezza. Tutte parlano di un corpo che si dispiega verso qualcosa. La tenerezza è in questa famiglia, non nell'altra.
(E quando dici a qualcuno ti tengo, non stai descrivendo un umore. Stai descrivendo un braccio che non molla.)
La parola rovinata
Il malinteso è che abbiamo fatto della parola un sinonimo di smielato.
Tenerezza, oggi, è quel che si dice per i gatti su Instagram, i neonati che afferrano un dito, le coppie anziane che camminano mano nella mano. Carino, intenerente, un po' datato. La parola è scivolata dal verbo all'immagine, dal gesto alla cartolina.
E in un'epoca cinica, carino diventa sospetto. Tenero è diventato una parola che si ha paura di usare su se stessi perché suona molle, fuori moda, fuori gioco. Si preferisce dire premuroso, quella parola tiepida che non bagna nessuno. Tenero, lo teniamo per la bistecca.
Ma non è la tenerezza a essere lezziosa. È la parola che è stata storta. Il gesto che si nasconde sotto, lui, non ha mai smesso di essere quel che è: attivo, diretto, quasi cavalleresco. Tendere la mano è un movimento. Nessuno tende la mano senza muoversi.
Tre scrittori che hanno teso la mano
Per restituire alla parola la sua colonna, conviene vederla incarnata da gente in cui non si sospetterebbe un grammo di mollezza.
Blaise Cendrars, settembre 1915, sulla Marna. Una scheggia di obice gli porta via la mano destra. La sua mano da scrittore, quella con cui aveva scritto La prosa della Transiberiana, la mano che correva alla velocità del mondo. Ha ventotto anni. Potrebbe scegliere il silenzio, l'amarezza, la rabbia fredda. Sceglie altro.
Impara a scrivere con la mano sinistra, e chiamerà più tardi quel moncone, in La mano mozza, la mano amica. Tendere la mano diventa per lui un gesto letterale: gli resta solo la sinistra, e la tende lo stesso. Per scrivere, per salutare, per aggrapparsi a quel che passa.
(Tendere la mano, dopo Cendrars, non è mai più una metafora.)
René Char, venticinque anni dopo, nel maquis delle Basses-Alpes. Capitano Alexandre, nome di battaglia. Comanda, vede morire, seppellisce, va avanti. Ed è quest'uomo che scrive, ai margini delle sue notti, quei Fogli di Hypnos che alla fine pubblicherà:
— René CharImponi la tua fortuna, stringi la tua felicità e va' verso il tuo rischio. A guardarti, ci si abituerà.
Imponi. Stringi. Va'. Tre verbi d'azione, tre movimenti verso. Char non dice che la felicità è dolce. Dice che bisogna tenerla come si tiene un'arma, e portarla nel mondo finché il mondo non ci si abitui. La tenerezza, sotto la sua penna, non è mai un balsamo. È una postura che si impone.
Rainer Maria Rilke, ancora più lontano dal cliché. Risponde a un giovane ufficiale che esita tra la carriera militare e la poesia. Da quella corrispondenza nascono le Lettere a un giovane poeta. Nella settima, parla d'amore. Non dell'amore-romanzo. Dell'amore come lavoro tra due esseri distinti.
— Rainer Maria RilkeL'amore consiste in questo: che due solitudini si proteggano a vicenda, si tocchino e si salutino.
Tre verbi, ancora. Proteggersi, toccarsi, salutarsi. Nessuno dice la fusione. Tutti dicono una mano che avanza verso un'altra mano, senza abolire la distanza, senza invadere il territorio di fronte. Rilke descrive esattamente il gesto: tendere verso, senza schiacciare. Un movimento orientato che sa fermarsi al bordo dell'altro.
Cendrars, Char, Rilke. Un mutilato, un partigiano, un mistico. Tre uomini che non hanno niente di intenerente e che hanno detto tutto della tenerezza, perché l'hanno presa per quel che è: una forza che si dispiega, non un umore che si riceve.
La terza postura
Forse hai già incrociato i due articoli cugini di questo. Insieme, formano una trilogia.
Il primo parlava del candore, l'innocenza dei forti: quel che si custodisce dentro di sé di luce dopo aver visto tutto, la promessa silenziosa di non indurirsi. Il secondo parlava della scelta di essere felici, non foss'altro che per insolenza: la dignità di alzare la testa quando il grigio vorrebbe che la abbassassi.
Il candore è il versante interiore. La mano aperta che ti rifiuti di chiudere.
L'insolenza è il versante esteriore. La testa che ti rifiuti di piegare.
La tenerezza è il gesto che collega i due. La mano aperta che si mette a muoversi. Il candore tiene la fiamma, l'insolenza si rifiuta di nasconderla, la tenerezza la usa per illuminare qualcun altro. Senza di lei, il candore resta intimo e l'insolenza resta solitaria. È lei a far passare lo slancio da sé verso l'altro.
Il candore è l'innocenza dei forti. L'insolenza è la loro dignità. La tenerezza è il loro gesto.
Ecco perché è la più difficile delle tre. Il candore, lo tieni nel segreto di te stesso. L'insolenza, la porti nel mondo ma non rischia granché. La tenerezza, lei, pretende che tu tiri fuori la mano dalla tasca. E la mano che esce dalla tasca può essere vista, giudicata, ignorata, o peggio, presa per quel che non è. È lì che sta il coraggio.
La deviazione del mercoledì
Mercoledì, le diciotto, inizio d'autunno. Torni a casa per il tuo solito percorso. Passi davanti a un caffè che conosci, e sai che a quell'ora un tuo amico si ferma quasi sempre lì per rileggere i compiti dei suoi alunni. Potresti tirare dritto. Non ti aspetta, non hai niente di preciso da dirgli, ed è proprio questo che ti farebbe esitare. Che figura ci faccio a presentarmi così.
Apri la porta lo stesso.
Lui alza la testa, un secondo di sorpresa. Sorride. Ordini un caffè, ti siedi cinque minuti. Gli chiedi com'è andata la giornata. Ti risponde, davvero, perché nessuno gli ha fatto quella domanda oggi. Parlate del film che ha visto, del tempo brutto. Te ne vai. La deviazione ti sarà costata un quarto d'ora e tre euro.
Eccola, la tenerezza.
Non lo smielato, non l'abbraccio teatrale. La deviazione. Il quarto d'ora rubato a qualcos'altro, dato a qualcuno che non aveva chiesto nulla e che ne aveva bisogno senza saperlo. La mano posata mezzo secondo sulla spalla della collega che ha appena riattaccato con una faccia strana. La lettera spedita tre mesi dopo la nascita, quando tutti hanno dimenticato. Il ti penso di un martedì senza pretesto.
Sono gesti ridicoli visti da lontano. Tre euro, un quarto d'ora, due frasi. Eppure restano. Restano perché sono gratuiti, perché non aspettano niente, perché non hanno alcuna ragione sociale di esistere. Sono la versione contemporanea, e quasi cavalleresca, del tendere la mano.
(E ne hai ricevuti anche tu. La mail breve di un vecchio collega un pomeriggio di novembre. La telefonata di tua zia una domenica. Ti ricordi ancora chi, e perché, e che luce faceva fuori. Il gesto esce, e resta.)
Quel che ti chiede
Essere teneri, da adulti, è probabilmente più difficile che essere candidi o essere insolenti.
Perché ti espone. Perché la mano che si tende può non essere presa. Perché ti possono trovare strano a mandare quel messaggio un martedì, a chiamare senza motivo, a fermarti al caffè senza appuntamento. Perché la cultura ha rovinato la parola e tenderà a rovinare anche il gesto.
Tu lo fai lo stesso. Perché hai capito che la mollezza non è mai stata nella tenerezza, ma nella paura di essere teneri. Perché hai visto tre scrittori improbabili portare quella parola come una spada, e sai ora che la si può portare così.
Tenero non vuol dire molle. Vuol dire allungare la mano per primo.
Il messaggio che non avevi mandato poco fa, lo puoi riscrivere. Non ti serve un motivo, non ti serve un'occasione. Ti serve solo tendere la mano.
Tendila.